Una riflessione con Fra Giampaolo 3

Una riflessione con Fra Giampaolo 3

Un volto femminile dipinto mentre porta la mano verso l’orecchio nel gesto di chi desidera amplificare le capacità dell’o­recchio, è la prima immagine che mi viene in mente quanto penso all’ascolto. E un affresco di Pietro Annigoni nella chiesa del monastero di Montecassino. Traspare interesse e attenzione in quel gesto proteso a non perdere neppure un suono di ciò che sta avvenendo. Si sporge verso l’esterno, verso qualcosa, qualcuno non visibile, sconosciuto forse, verso un altro. Il gesto lascia intuire curiosità, interesse, partecipazione, attesa, silenzio. In ogni dinamica di ascolto ci sono due poli, chi ascolta e chi è ascoltato. Due situazioni diverse si incontrano perché si avvicinano. Ascolto è anche permettere e scegliere di stare vicino.
In un libro, uno di quelli di una volta, senza foto, ogni tanto qualche schizzo, ho trovato il racconto di un uomo. Era un maestro, nella sua lingua rabbi. Gli viene portata una donna che un bel gruppo di uomini aveva deciso doveva essere condannata perché aveva una vita strana. Era una prostituta. A chiamarla così erano gli uomini di quel gruppo. Il maestro non dice parola. Si china e si mette a giocare con la sabbia. Forse disegnava o forse scriveva. C’era tanta gente. Aspettavano la parola del maestro. C’erano quelli con le pietre in mano per compiere l’atto di giustizia che avevano imparato dalle loro leggi; la donna che secondo la legge doveva essere condanna­ta; il maestro che disegnava sulla sabbia; il silenzio che segna il tempo dell’attesa. Mondi diversi attorno a un fazzoletto di sabbia. Tutti in attesa. Erano lì per la parola di quel maestro conosciuto e importante. Il libro non riporta parole del maestro. Dice il suo silenzio. Ascol­tava e giocava con la sabbia. In quello spazio persone con storie molto differenti si incontrano, si studiano. L’attesa e il silenzio creò la situazione più adatta perché la parola del maestro arrivasse al cuore di tutti quelli che erano lì. C’era la donna da lapidare. C’erano grandi esperti della legge, curiosi passati di lì, uomini di religione. Probabilmente anche qualche amico di quella donna. Erano lì e attendevano che il maestro prendesse posizione su quella situazione così chiara e così complicata. Probabilmente tutti si aspettavano parlasse per qualcuno degli altri, anzi ne erano sicuri. La donna sperava parlasse a quelli che volevano lapidarla perché non desiderava essere lapidata da quegli uomini. I dottori della legge che facesse capire alla donna quanto avesse infranto le leggi, si sarebbero sentiti meno colpevoli. I curiosi desidera­vano vedere a chi avrebbe dato ragione, avrebbero avuto di che parlare per un po’. Il maestro, uomo molto amato perché sapeva avvicinarsi a chiunque, parlò come se avesse ascoltato le domande, i timori, i desideri di ciascuno. “Chi non ha mai peccato, tiri la pietra!”. Una parola diversa ma definitiva perché rivolta ad ognuno di coloro che era lì. Luce per le attese di tutti.
La parola del maestro, frutto del suo silenzio, è risposta alle attese di tutti. Non ci saranno né pietre da scagliare, né donne da lapidare. Resta la vita donata per una vicinanza attenta che supera e abbatte ogni barriera.